“Storia del genere”, o: quando la buona volontà non basta

“Storia del genere”, o: quando la buona volontà non basta

 

Gli scorsi giovedì 26 aprile e 3 maggio sono state mandate in onda su Rai 3 in seconda serata le

prime di otto puntate del programma intitolato “Storie del genere”, prodotto da Kimera e condotto

da Sabrina Ferilli; la miniserie di propone di raccontare le storie e le realtà delle persone trans in

Italia attraverso una serie di interviste, dando la parola alle individualità che vivono ogni giorno

questa esperienza piuttosto che limitare la narrazione a una totalizzante voce esterna. Per quanto

possa sembrare precoce avviare ora, con solo un quarto del prodotto finale effettivamente

trasmesso, una breve riflessione sul contenuto e sul linguaggio utilizzato e proposto, è però già

possibile immaginarne il probabile sviluppo e toni futuri dato quanto si è visto sinora, e iniziare

dunque a discutere cosa presenta al pubblico e come lo fa. Di scopo divulgativo e vivacemente

strutturato, “Storie del genere” ha il pregio di star portando su di una rete pubblica nazionale delle

tematiche che ancora troppe persone ignorano o da cui si tengono volutamente a distanza in quanto

percepite come non solo estranee ma addirittura aliene alla propria vita e quindi da inserire, in

maniera più o meno attiva, in un generico potpourri di marginalità da cui distaccarsi con velata

diffidenza. Nonostante questo suo indiscutibile merito, nello stesso modo in cui un programma

divulgativo può presentare falle e inesattezze non indifferenti allo sguardo di una persona con

conoscenze approfondite nel campo di cui si sta parlando, così “Storie del genere” compie dei

talvolta ripetuti passi falsi di varia gravità agli occhi di un individuo che vive l’esperienza trans,

specialmente nel linguaggio utilizzato (che viene quindi a essere legittimato nel suo utilizzo, in

quanto proposto in un contesto di “autorità” sull’argomento) e in una regia che, per quanto

assolutamente non voyeuristica o deumanizzante, soffre di un forse eccessivo gusto per accenti

melodrammatici e un poco pietistici, che a tratti lasciano spazio a un sinceramente preoccupante

sottotesto che parla quasi di una naturale aspettativa di senso di colpa. Pur senza detrarre nulla

all’importanza sia simbolica che effettiva che una produzione del genere (trasmessa, ricordiamolo,

da una rete pubblica nazionale) ha a livello di visibilità e rappresentazione, è bene anche capirne e

carpirne le criticità, in modo da poterne discutere e avviare un cammino di cui questo potrebbe

rappresentare il primo -forse traballante, ma comunque esistente e meritevole di attenzione- passo.

Una delle più rilevanti scelte fatte da “Storie del genere” è quella di in larga parte lasciare libero

spazio alle persone trans intervistate piuttosto che raccontarle dall’esterno, evitando quindi di

rilegarle in un ruolo passivo. Va così a disegnarsi un ricco mosaico di storie ed esperienze, che si

articola attraverso persone di differenti età, orientamenti sessuali e identità di genere (per quanto sia

sinora mancata una rappresentazione della comunità non-binaria), contribuendo a creare una

narrazione loro propria, personale e differente, capace di far afferrare le problematiche cui si deve

far fronte anche solo nella vita quotidiana. All’interno delle due puntate sono stati poi enfatizzati

diversi punti che, per quanto naturali alla comunità trans e al suo ambiente d’attivismo, sono

d’importanza non in trascurabile nel contesto di divulgazione a un pubblico generico, che in larga

parte non ha dimestichezza con questa realtà se non attraverso concetti incancreniti tratti dal

nostrano immaginario collettivo. Si parla infatti della validità di ogni percorso di transizione,

indifferentemente dall’età in cui ci si è giunti; della differenza fra identità di genere e orientamento

sessuale (un concetto sì immediato ma per molte persone per qualche ragione ancora ahimè

estremamente confuso e nebuloso); di come la sofferenza e le difficoltà non siano date tanto da

un’identità transgender quanto dal doversi scontrare con una società e degli ambienti estremamente

eteronormativi e soffocanti, portati per loro natura a reprimere quanto non gli si conforma. Ottima

componente del programma è poi il suo ribadire più e più volte come questa non sia tanto una scelta

(solitamente una parola che nasconde dietro di sé una retorica sin troppo famigliare di accuse di

vezzo egoistico, instabilità, e tutti i vari altri orpelli del caso che vengono a seguire) quanto una

questione di sopravvivenza, di necessità, che non è una “scelta” più di quanto non lo sia il non voler

vivere la propria vita per solo dovere e semplicemente passando di giornata in giornata senza

veramente accorgersi o apprezzare quello che sta accadendo. Fondamentalmente, l’accettarsi come

atto necessario alla sopravvivenza di un’identità propria e consapevole, e la scelta di riprendere il

controllo della propria vita in modo da poter accedere a uno stato di benessere e felicità.

Purtroppo al contempo si riscontrano (come già accennato) alcune criticità all’interno della

trasmissione, in particolar modo nella seconda puntata, che non possono essere trascurate, per

quanto si possa concedere il beneficio del dubbio e si comprendano le fondamentalmente buone

intenzioni del programma. In primo luogo il tono della narrazione durante quei momenti in cui è

tolta la parola agli intervistat* si mantiene costantemente fra la tragedia e il melodramma (si veda

come a neanche cinque minuti dall’inizio della prima puntate il principale fattore descrittivo delle

persone trans sia “sofferenti fin dal primo momento che sono venute al mondo”); per quanto far

perno sul dolore possa essere una scelta comprensibile in termini di voler spingere il pubblico a

empatizzare con le esperienze raccontate (dal momento che, da questo punto di vista, la sofferenza è

molto più efficace), la sensazione generale che se ne ricava è che nella vita di un individuo

transgender esista solamente quello. Certo, c’è disagio e sofferenza profonda nello scontrarsi con la

disforia e come questa (non) viene accettata dal mondo circostante, ma non bisogna dimenticarsi

della gioia e l’euforia provata nel momento in cui ci si permette finalmente di vivere veramente,

senza regole e costrizioni aggiuntive; ultimamente, è bene ricordare che la vita di un individuo trans

non esiste solamente per e non si annulla interamente nel percorso di transizione. Altro punto

dolente è il presentare delle più che valide e condivisibili emozioni personali riguardo la propria

transizione come posizioni assolute e strutturalmente corrette, come ad esempio descrivere

ripetutamente una situazione pre-chirurgie di riassegnazione come una sorta di limbo e di ibrido,

quasi non si possa riconoscere un individuo “veramente” di un dato genere fino a quando ogni

singolo aspetto fisico non venga ad allinearsi il più possibile con un corpo cisgender. La

frustrazione per l’attesa e le manifestazioni di disforia individuali sono, come già detto,

assolutamente valide e più che comprensibili, ma il programma purtroppo mischia i piani della

riposta emotiva ed emozionale a una situazione con quello delle ipotetiche condizioni necessarie a

un pieno riconoscimento dell’identità di genere di una persona. Questa confusione risulta

particolarmente grave proprio per la natura divulgativa del programma, dato il rischio tangibile che

il messaggio recepito dal pubblico sia proprio quello che un’identità di genere, qualsiasi essa sia,

non sia completamente reale e valida sino a quando non si sia effettuato un percorso medico

radicale, che non tutt* vogliono o possono effettuare (senza dimenticare quanto questo vada inoltre

a inficiare e a negare l’intera realtà non-binaria). Si può infine riscontrare un grosso problema,

ancora più grave dato il già citato carattere divulgativo della serie, riguardo al linguaggio utilizzato

(e, quindi, reso utilizzabile) e a un supposto e quasi permeante senso di colpa, praticamente dato e

atteso senza mezzi termini, che le persone intervistate dovrebbero nutrire nei confronti dei

famigliari a causa della propria transizione. Si assiste da parte del programma a un pesante e

ripetuto utilizzo della parola “trauma” per descrivere il vissuto di famigliare e amici riguardo

all’esperienza della transizione (altrui, è il caso di reiterare): a una signora con figlio ormai adulto

cui viene domandato come lui abbia vissuto avere un “padre in giarrettiera”, e se non avesse potuto

“risparmiargli qualcosa”; a un ragazzo cui viene detto che è qualcosa che “una madre non si

augura”, e cui viene chiesto se “questo tua passaggio tua madre non l’abbia mai sentito come un

tradimento, in fondo?”. Si può anche pensare che si stia volendo ricorrere a una sorta di artificio

retorico, esprimendo delle ipotetiche domande del pubblico utilizzando delle scelte lessicali cui

altrettanto ipoteticamente quello ricorrerebbe nel farle, ma anche in tal caso vi è una totale

mancanza di autoconsapevolezza di sé e del ruolo che si sta ricoprendo in qualità di trasmissione

non solo divulgativa ma anche in certa misura istituzionale, in quanto mandata in onda da una rete

pubblica nazionale; il linguaggio non esiste in un vuoto, e usare quelle espressioni (quasi, per

quanto involontariamente, violente) in quel contesto ne sta autorizzando e legittimando l’utilizzo da

parte degli ascoltatori da casa, in quanto avvenuto in ambito di supposta autorità in materia. Anche

poi tralasciando le scelte strettamente lessicali traspare questo sentore che gli individui intervistati

debbano ovviamente sentirsi in colpa e farsi quasi carico della sofferenza cui hanno sottoposto le

persone loro vicine con la propria transizione, e che l’accettazione che è stata loro così

magnanimamente elargita sia qualcosa di cui essere servilmente grati. Al di là del ripetere che anche

in questa istanza vengono a essere mischiati i piani fra il personale (il rincoramento di essere

accettati dai propri famigliari) e lo strutturale (il sostegno di qualcuno che è affettivamente vicino

dovrebbe essere qualcosa di dato, e se non è presente il problema sta a monte) certamente la

transizione non è un percorso facile data l’eteronormatività nazionalmente imperante, ma per quanto

difficile non è “traumatica”, men che meno per chi non è coinvolto in prima persona

(contrariamente alle alte percentuali di persone trans che soffrono di varie forme di disturbi d’ansia

e di disordine di stress post-traumatico a causa delle condizioni in cui devono vivere), e non sta agli

individui transgender farsi carico anche delle difficoltà (in aggiunta alle proprie) di parenti e amici

riguardo a delle fondamentali e personali scelte di vita. Non ci sono dubbi che un percorso di

transizione in qualche caso possa far sorgere delle difficoltà, ma il modo di affrontarle non è gettare

la colpa su di una persona che già deve affrontare una società che solitamente fa non poca

resistenza.

Traendo le conclusioni del caso, “Storie del genere” raggiunge la sufficienza, ma non la supera; fa il

suo dovere a livello di rappresentazione di alcune esperienze trans, normalizzandole e superando

parti dell’immaginario popolare, e tenta di far capire ed empatizzare il pubblico con le difficoltà che

si vengono ad affrontare solo per vivere, avendo però al contempo numerose criticità su cui lavorare

e che è giusto mettere in discussione, prima fra tutte la legittimizzazione di un linguaggio altamente

inadeguato.

Mattia Croci

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