Swiss Army Man – Un’occasione per riflettere

Accanto alla cinematografia moderna fatta di sequel, di super eroi e poche idee, capita di rado di assistere alla visione di un film di nicchia. Tanto di nicchia che in Italia non ha passato il circuito dei cinema finendo sottotitolato su Netflix.
Swiss Army Man rappresenta una boccata di ossigeno in tal senso. Scritto e diretto dai “Daniels” ed interpretato magistralmente da Paul Dano e Daniel Radcliffe, il film si pone a noi con un ventaglio di interpretazioni diverse, una delle quali, e forse la più attendibile, trova posto qui sulle pagine di TransFer.

Prima di procedere con l’analisi dei punti salienti, è doveroso avvertire che il seguente articolo è chiaramente ricco di spoiler quindi se ne sconsiglia la lettura se ancora non avete guardato la pellicola.

Fatta la doverosa premessa, partiamo dall’inizio del film nella quale Hank, il protagonista interpretato da Dano, è solo su una minuscola isola deserta in procinto di impiccarsi. Di lì a poco sulla spiaggia arriverà il cadavere di un ragazzo, interpretato da Radcliffe, che lo aiuterà a salvarsi e a portare avanti un percorso mentale di accettazione personale.

L’isola deserta è infatti la metafora dell’isolamento nella quale Hank si è rinchiuso per scappare dalla società e dalle sue regole ferree. Se ci fate caso l’isola è estremamente piccola, quasi caricaturale. Questa ed altre parte dell’epopea che vediamo nel film sono in realtà proiezioni della sua psiche che costruisce un percorso di accettazione grazie al non troppo morto amico Manny.

Durante la parte centrale del film infatti, Hank dovrà mostrare a Manny tutte le fasi della sua vita. Dall’incontro con SARAH, alle feste, al rapporto con i genitori e a tutte le sfaccettature della sessualità che la società non accetta compreso il rapporto con sua madre, persona che ricorda nel momento dell’eiaculazione in un difficile circolo di piacere e pentimento.

Tutti questi sono i momenti chiave nella personalità di Hank che lui ricostruisce fisicamente nella “foresta”, grazie all’aiuto dell’Uomo Coltellino Svizzero, ed interpreterà nella figura che più va cercando e che rappresenta l’aspetto fondamentale del film ovvero quello di Sarah.

Per tutto il film siamo infatti portati a credere che Hank sia innamorato di Sarah, della ragazza sull’autobus, troppo bella per poter essere avvicinata. Questa convinzione ci accompagna per tutta la durata del film fino al finale, quando tutto risulta più chiaro.

La grande foresta dove si svolge l’avventura è in realtà un boschetto dietro la casa di Sarah. E’ proprio qui che Hank ha vissuto, un po’ da stalker, in tutto quel periodo. Un mondo poco fuori la civiltà dove Hank poteva vivere nella dimensione a lui più congeniale. In quella dimensione dove lui può essere se stesso. Così vicina alla società e all’altro mondo, ma allo stesso tempo così appartato e distante da non essere mai stato intaccato dagli altri occhi.

Quando sul finale Hank ruba il cadavere per riportarlo sulla spiaggia, si capisce chiaramente che tutto quello che abbiamo visto è stata pura immaginazione. L’attraversamento del ponte pericolante, l’annegamento e tutto il resto, sono metafore del percorso di vita che Hank sta facendo fino all’accettazione finale.

Quando atterra nel giardino di Sarah verso la fine della pellicola e lei, sotto il clangore dei media, gli chiede come mai avesse una sua foto sul cellulare, Hank non gli risponde banalmente “perché mi piacevi” ma gli dice:
“Mi dispiace. Tu sembravi così felice ed io non lo ero”. E’ in quel preciso momento che i nodi vengono al pettine. Hank non voleva l’amore di Sarah. Lui voleva essere Sarah. Lui voleva essere una donna.
Ed è proprio in quel momento che durante l’inseguimento, riviviamo le scene di vita in una tempesta di flashback dove Hank interpretava sempre “Sarah” spiegando a Manny la propria vita, i propri errori e le proprie scelte arrivando alla fine a baciarlo sott’acqua per salvarlo, chiara metafora della vita che viene salvata perché in quel momento Hank è finalmente arrivato ad essere ciò che vuole veramente e ad accettarlo come parte della propria vita.

L’altro tema fondamentale riguardano le scorregge che si insinuano nella storia come chiara dimostrazione di cosa la società ci impedisce di fare ma è un chiaro segnale di quanto spesso siamo costretti a non essere noi stessi perché la gente ci accetta solo se siamo conformi agli standard altrimenti ci fissa e ci giudica. Alla fine Hank si lascia andare in una sonorità emblematica con il padre che annuisce allo sguardo del figlio che chiede accettazione e guarda caso la troverà proprio in quella figura paterna con cui lui aveva problema a relazionarsi tanto da lasciare a delle app sul cellulare l’incombenza di farsi gli auguri di compleanno. Ed è proprio in quel momento che Sarah, l’ideale della società e della bellezza binaria, se ne esce con un “ma che cazzo”, chiara incarnazione che l’errore sta “dall’altra parte” perché tutti in quel momento stanno dalla parte di Hank.

Il film si potrebbe riassumere con la frase emblematica: “La prima scoreggia vi farà ridere, l’ultima vi farà piangere”.
Io credo che possiamo apprendere molto da questo film se abbiamo la pazienza di superare la sua natura surreale ed ermetica.

La storia di Hank è la storia di tutti noi, che viviamo e cresciamo con dei modelli da seguire che ci condizionano nel nostro modo di essere rendendoci infelici. Dobbiamo capire che non è solo la società che deve accettarci ma soprattutto noi stessi perché solo così non ci isoleremo sull’isola deserta con una corda al collo.

Emiliano

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