Due parole sul film “Chiamatemi Helen” trasmesso in prima serata da RAI 2.

Ritengo che la RAI stia facendo un buon lavoro, nel limite del possibile nel nostro Paese, riguardo alla programmazione sulle questioni trans*. Ci sono altri canali televisivi che si occupano di queste tematiche, come per esempio TV Cielo, o, tra quelle a pagamento, Netflix. Che questi temi attirino la curiosità del popolo televisivo è un buon segnale: infatti, il film in questione, che è stato trasmesso in una calda domenica estiva in prima serata, ha avuto 1.225.000 di telespettatori, con uno share del 7,19%. Niente male. Spesso come comunità ci interroghiamo sulla qualità di ciò che la televisione, e specialmente quella pubblica, dovrebbe trasmettere, ma più mi rendo conto di quanto ancora poco si conoscano le nostre tematiche, più mi sento tollerante rispetto alla qualità dei contenuti. Spesso, una delle maggiori questioni che ci rende dubbiosi è il fatto che viene sempre fatta una rappresentazione binaria del protagonista T* di film o documentari, e anche nel caso di “Chiamatemi Helen”, questa impostazione viene mantenuta. La risposta e la giustificazione che mi sono data a questo fatto, che è fastidioso non tanto per una questione di opinione, ma per il ben più concreto fatto che il mondo T* è principalmente formato da persone non binarie, tantissime delle quali non medicalizzate, è che il concetto di nati “nel corpo sbagliato”, figlia del binarismo, è una rappresentazione falsa, e che si lega alla fragilità di quelle persone T* che difficilmente riescono ad avere la forza per lottare contro un mondo cosi tanto ostile. Per semplificare: io non sono nata nel corpo sbagliato, sono nata in una società che mi ha obbligata a svolgere un ruolo di genere, quello di “uomo”, che non mi appartiene; ho deciso di non accettare questo conformismo, e ho intrapreso una transizione che mi permettesse di equilibrare le aspettative nei miei confronti, e di poter adattare il mio sentire identitario con il mio apparire, che, grazie alla somministrazione di ormoni femminili, mi ha resa oggi una donna trans perfettamente riconoscibile come tale, ma sopratutto perfettamente realizzata come persona. Quella del “corpo sbagliato” è una definizione del mondo medico, su cui le persone T* più fragili – la fragilità non appartiene alle persone T*, ma appartiene in modo più realistico alle persone! – spesso si adagiano per comodità. Vi sono persone che vivono delle grosse e violente disforie, ma oggi, con la realizzazione di una maggiore consapevolezza conseguita come comunità T*, non rappresentano di certo la maggioranza.

Altro tema delicatissimo, che per me è fondamentale, è la questione legata ai minori e all’uso dei bloccanti ipofisari, che da poco anche in Italia sono stati presi in carico dal SSN. Già quando frequentavo ArciLesbica, ed è stato uno dei temi su cui ho più lungamente battagliato, c’era la diffusa credenza – nelle lesbiche radicali in modo molto accentuato, visto il loro identificarsi con il maschile – che noi persone transgender, come tutt*, viviamo una fase di “confusione” identitaria. Ecco, non è così: ci sono bambin* che fin dalla più tenera età mostrano non una fase e non una confusa idea identitaria, ma una grande consapevolezza di appartenere al genere di elezione. Certamente, trattandosi di un tema complesso – ma perchè, scusate, il bullismo non è un problema complesso di cui la psicologia, l’educazione, mamma e papà, tutti quanti insieme non riescono a venire a capo, con conseguenze disastrose ??? – è necessaria una comprensione che prima arrivi dai genitori, poi dagli psicologi, e infine, questi, insieme al diretto interessat*, decidano per l’utilizzo dei bloccanti ipofisari, i cui effetti sono, tra l’altro, reversibili. Questo film, per come è stato impostato, mi ha nuovamente fatto riflettere sulla questione delle responsabilità, delle tante sofferenze e difficoltà che dobbiamo quotidianamente vivere, che sono il frutto di una disforia sociale, che ancora troppo spesso non riesce a comprenderci e quindi ad accettarci. Vero è anche il fatto che, quando nella mia vita quotidiana mi spendo al fine di avvicinare le persone “normali” o “comuni” o “conformi” che dir si voglia, ho sempre notato una certa comprensione, e spesso anche ammirazione; questo mi fa capire che siamo noi persone T* che ci dobbiamo rimboccare le maniche e fare un lavoro culturale dentro la società.

Concludo consigliando a tutt*, bambini compresi, la visione di questo film, per la serietà con cui ha affrontato il tema dell’adolescenza trans*.

Eva Croce

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